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ASSOCIAZIONE
CLAUDIA BOTTIGELLI
Difesa dei diritti umani e aiuto alle famiglie con figli disabili gravissimi
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La
Gran Bretagna si divide sul bimbo destinato
LONDRA
- Il piccolo "I" deve morire. Lo ha deciso un giudice, credendo
di interpretare la volontà divina. Imponendo un'inflessibile eutanasia da
tribunale, che non ha nulla a che fare con la pietà di un padre o di un
amico, incapace di assistere alla sofferenza del proprio caro. Anzi,
respingendo l'appello dei genitori che disperatamente, appassionatamente,
irrazionalmente, vogliono che tutto sia fatto, proprio tutto, proprio fino
all'ultimo momento, per salvare il loro bambino.
Di
questi tempi, l'eutanasia è più popolare dell'anti-eutanasia. Ma mentre
ascoltiamo con rispetto le ragioni di una minoranza che preferisce
l'eutanasia alla sofferenza dei propri cari, la voce di questi due
genitori ci ricorda che la maggioranza degli esseri umani, testardamente,
si attacca alla vita delle persone che ama con una disperata speranza.
Pollice
verso. La spada della Giustizia ha tagliato di netto questo nodo di
sentimenti. E ha stabilito un precedente. Le associazioni che si battono
contro l'eutanasia sono in rivolta: "E' una decisione irresponsabile
che deve essere immediatamente riformata, per proteggere tutti quei
pazienti vulnerabili le cui vite sono sempre più a rischio, lasciati
morire da dottori che poi si appellano al codice di segretezza della
professione medica". Si sa, perché lo hanno ammesso medici e
infermieri, che negli ospedali inglesi la pratica di accelerare la morte
di pazienti senza speranza è diffusa, per esempio interrompendo
l'alimentazione intravenosa. Si sa che i trust, i consigli di
amministrazione, devono risparmiare letti, cure e medicine, fare i conti
con le penurie del servizio sanitario nazionale, per salvare altri malati.
Si sa anche che è una scelta razionale, che non lo fanno per crudeltà,
ma perché quello è il loro crudele mestiere: portare la contabilità
della vita e della morte. Tutto ciò si sa, ma si dimentica subito di
fronte a una storia come quella di "baby I", di fronte alla sua
ostinata resistenza, di fronte al fatto che ancora qualche giorno fa gli
è passata la febbre, è tornato a casa, ha avuto un piccolo e magari
illusorio miglioramento, che mostra di cominciare a capire alcune parole,
che è capace di manifestare il piacere e il dolore. In una parola: che è
un essere umano
Non
è solo la ingenua fiducia dei genitori nella volontà del Creatore o in
quella del Fato a farci sentire la forza del loro argomento: "Tutti
sappiamo che ci sono molti casi disperati che finiscono misteriosamente
meglio di quanto le prognosi mediche avevano predetto". Non è solo
questo. Perché anche se "Baby I" fosse davvero condannato, se
anche morisse domani, lui e i suoi genitori avrebbero ugualmente diritto
alle poche ore di intimità rimaste loro. Avrebbero diritto anche a
un'illusione, se è questo che vogliono. Possibile che una società
straricca e benestante non possa permettersi di pagare il prezzo di questa
breve, intensa, dolorosa storia d'amore?
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