La
Repubblica, 02/09/2004
di
Bianchin
Roberto
Olanda,
il medico della clinica dell´eutanasia: "Già applicata in alcuni
casi"
"Così
aiutiamo i bimbi a morire"
GRONINGEN
(OLANDA) - Sorridono, sorridono tutti nella clinica della dolce morte
bambina. Anche l´asino dipinto alla parete con un buffo cappelluccio da
clown in testa. Sorride anche lui, il Dottor Dolcemorte, bello come un
attore americano, alto e biondo come noi ce li immaginiamo i nordici.
Riesce a sorridere anche quando parla di come fa ad «aiutare i bambini a
terminare la vita».
Bambini che un destino crudele ha condannato a malattie dolorosissime e
insanabili. E non perde il sorriso neanche quando, alla fine, prima di
salutarlo, gli facciamo la domanda che avevamo in testa all´inizio del
colloquio: «Ma se fossero figli suoi, lei avrebbe il coraggio di
ammazzarli?». Il dottor Eduard Verhagen esita un attimo, ma forse è solo
per trovare le parole giuste, guarda verso la parete davanti alla sua
scrivania, dove ci sono delle foto e dei disegni di bambini. «Io ho tre
figli», dice. Ci sono anche loro nelle foto, che salutano e sorridono,
sono belli come lui, hanno sette, nove e undici anni. «Se fossero
veramente malati senza prospettive, e soffrissero molto, sì, lo farei,
darei loro una morte dolce» dice sicuro, di un fiato, senza smettere il
sorriso.
Questo è l´unico posto al mondo in cui si possono «uccidere» i bambini
malati per non farli soffrire più. Un posto di fresco e di vento tagliato
da una luce bianca, tra casette da presepio, canali addormentati e prati
verdissimi che non finiscono mai. Ma quella parola, uccidere, il Dottor
Dolcemorte non la usa mai, perché «non è quella giusta» dice, e la
sostituisce con «terminare». L´autorizzazione a praticare l´eutanasia
sui bambini è stata accordata dalla magistratura locale per ora solo al
reparto pediatrico della clinica universitaria di Groningen, attraverso la
firma di un protocollo «molto severo» tra medici e giudici, che detta
precise regole di comportamento. Dopo che il dottor Verhagen lo ha
raccontato, lunedì scorso, a un programma della tivù olandese, sono
scoppiate in tutto il mondo le polemiche e le dispute tra favorevoli e
contrari.
Il «protocollo», in realtà - si è saputo solo adesso - è stato
firmato l´anno scorso, e in questa graziosa città di 180mila abitanti
nel nord dell´Olanda, quasi al suo margine più estremo, l´eutanasia sui
bambini è legale già da nove mesi. In questo periodo sono stati «aiutati
a terminare la vita», come dice il pediatra, quattro bambini malati. Sono
i primi «terminati» in nome della legge. «Erano in condizioni
gravissime e irrecuperabili - spiega il dottor Verhagen - e come vede non
si tratta di un numero enorme, come qualcuno poteva temere all´inizio.
Specialmente se pensiamo che in Olanda c´è una media di 120 casi l´anno
nei quali viene praticata l´eutanasia sui bambini, ma si fa senza dirlo,
perché altrimenti i medici vengono denunciati: c´è la legge penale che,
ovviamente, dice che non puoi uccidere i bambini. I medici poi aggirano l´ostacolo
scrivendo nei referti che si è trattato di morte naturale. Adesso io sono
finalmente sollevato dal fatto che ci sia questo protocollo, che ci
consente di agire alla luce del sole, con le porte delle sale operatorie
aperte, e non più di nascosto per il timore di venir denunciati per
omicidio. Credo che sia molto meglio avere un percorso legale, condotto in
modo aperto e visibile a tutti».
Il dottore gira in maniche di camicia a righe bianche e azzurre, senza
camice. Sembra più giovane dei suoi 42 anni, è pediatra e giurista, e fa
parte della Nvk, l´associazione dei pediatri olandesi che per prima,
ancora nel ?92, ha cominciato a porsi il problema. La sua conoscenza delle
leggi gli ha permesso di lavorare alla stesura del protocollo sull´eutanasia
per i bambini insieme al «ministero pubblico» della città. E´ il
primario della sezione pediatrica della clinica universitaria, che poi
altro non è che l´ospedale cittadino, una grande vela di cemento chiaro
tra gli edifici dell´antica e rinomata università. Grandi spazi, tanta
luce, niente confusione, l´impressione è quella di un´ordinata
efficienza. Il reparto dei bambini, dietro una porta a vetri, sembra un
negozio di giocattoli, con gli scivoli, le altalene, i teatri dei
burattini, le bambole, i pupazzi, i disegni e le foto buffe alle pareti.
Professore, ma si può uccidere un bimbo? E senza rimorso?
«Ha mai visto un neonato con la spina dorsale bifida? Scommetto che non
sa neanche cos´è. Ecco, questo è uno dei quattro bambini che quest´anno
abbiamo "ucciso", come dice lei. Hanno come un´apertura, nella
schiena, in cui si va a infilare di tutto, dal sangue al cervello. Hanno
sempre dei difetti cerebrali, sono paralizzati, non possono camminare,
sedersi, e neanche andare in bagno. Non sono in grado di comunicare con
nessuno e inoltre questa malformazione fa un male incredibile, porta loro
dei dolori fortissimi. Noi, come medici, possiamo fare molto poco,
possiamo chiudere quella apertura, ma è solo un fatto estetico che non
risolve nulla, i problemi restano, e sono insuperabili. Ecco, vede, è in
casi come questi che interveniamo. E proprio per casi come questi che ho
incontrato nella mia carriera tanti, tantissimi genitori che mi
supplicavano di "terminare" la vita dei loro figli, una vita
senza più prospettive e così dolorosa. Fino a ieri non potevo aiutarli,
adesso finalmente posso. E credo che sia un grande passo avanti».
Il «protocollo» che consente la dolce morte bambina - firmato dal più
alto magistrato di Groningen, il «ministero pubblico», e da 50 pediatri
e 10 neurologi della città che per primi hanno iniziato a porsi il
problema di «come comportarsi in questi casi senza correre il rischio di
essere denunciati» - è una specie di manuale di istruzioni, che non si
perde nella teoria ma descrive semplicemente, in otto pagine fitte fitte,
in modo molto preciso e dettagliato, tutte le tappe da seguire per
arrivare all´eutanasia: dai test sul bambino malato fatti non da un
medico solo ma da un´équipe di sei-otto specialisti, fino al primo
consulto tra sanitari in cui i medici si chiedono se proseguire o meno
nelle cure, fino ai colloqui con i genitori, alla decisione finale e alla
scelta del come porre fine alle sofferenze di questi bambini.
La statistica dice che nella maggior parte dei casi
"clandestini", 100 su 120 ogni anno in Olanda, si pratica un´eutanasia
«passiva», cioè è sufficiente staccare la spina, non somministrare più
al malato i farmaci che lo tengono in vita, e la morte avviene in un modo
praticamente naturale. Negli altri 20 casi, invece, che sono quelli più
spinosi, più dolorosi, i medici sono costretti a praticare un´eutanasia
«attiva», devono cioè dare al piccolo paziente delle medicine per farlo
morire. Il «protocollo» stabilisce anche che medicine dare, a seconda
dei casi e delle malattie, elenca quali farmaci letali prescrivere, in che
dosaggio e a quale intervallo di tempo. Inoltre dà tre mesi di tempo alla
magistratura, quella locale di Groningen e poi quella nazionale dell´Aia,
per esaminare ogni caso di eutanasia e decidere se procedere,
eventualmente, contro i medici, qualora ritenesse che hanno sbagliato. La
firma del ministro della giustizia olandese è stata messa sotto tutti i
quattro casi dei bambini «terminati» negli ultimi nove mesi a Groningen.
«Ma il punto più importante, e delicato, resta quello della decisione -
spiega il dottor Verhagen - perché a differenza di quanto prescrive la
legge sulla eutanasia per gli adulti, che l´Olanda ha approvato nel 2001,
dove sono le persone maggiorenni che devono dare il suo consenso, in
questo caso un bimbo, un neonato, non può decidere, e non possono farlo
per lui neanche i genitori. Allora il nostro «protocollo» prevede che
alla fine sia il medico a decidere cosa fare, ma se succede che il medico
sceglie di interrompere la vita e i genitori non sono d´accordo, o
viceversa, si va avanti con le cure. Devono insomma essere tutti d´accordo
per decidere di interrompere la vita di un bimbo. Più avanti, se questo
protocollo diventerà legge dello stato come ci auguriamo, sarà meglio,
come abbiamo chiesto noi pediatri, fare come per l´eutanasia degli
adulti, e nominare una commissione di medici, giudici, studiosi di etica
(attualmente è di otto membri) per prendere le decisioni. Però anche qui
i tempi sono lunghi, e le resistenze tante. Ci sono voluti dieci anni per
fare la legge sull´eutanasia degli adulti, credo che ci vorrà del tempo
anche per avere quella sui bambini».
Ma anche nell´Olanda permissiva non tutti i pediatri sono d´accordo. «Anche
qui, in ospedale - dice Verhagen - ci sono dei colleghi che pensano che la
decisione della morte non appartiene a noi ma solo a Dio. Sono posizioni
che rispetto. Questi colleghi, di solito, non partecipano alle équipe che
si occupano degli interventi di eutanasia. Io penso invece che stiamo
facendo la cosa giusta e siamo contenti di farlo senza più nasconderci.
Vede, io credo che la vera cosa non umana, da evitare, sia accanirsi con
le cure quando hai accertato che non c´è più niente da fare, e allora
comprendi quei genitori che ti chiedono di alleviare le atroci sofferenze
dei loro figli anche se questo significa la morte. Ma una morte dolce, col
sorriso».
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