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ASSOCIAZIONE
CLAUDIA BOTTIGELLI
Difesa dei diritti umani e aiuto alle famiglie con figli disabili gravissimi
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Un
giovane disabile della Comunità di Sant'Egidio interviene nel dibattito
sull'eutanasia
"Se
proprio dobbiamo eliminare qualcosa, allora, invece di abolire la fragilità
è meglio cominciare dalla paura della fragilità che ci fa tutti più
disumani (e più indifesi)".
"Si
sopprimono quelli che hanno difetti senza neppure aspettare che crescano
per vedere cosa succede, senza dare ciò che è necessario: più aiuto a
chi è più debole"
Mi
chiamo mi chiamo Giovanni Cicconi Bonizio. Vivo a Roma, ho 24
anni.
Tempo
fa su vari giornali italiani sono usciti articoli su un pediatra
olandese che pratica l’eutanasia su piccoli pazienti con diverse
malattie o handicap, per liberarli dal destino di una vita
impossibile e tale da non valere la pena di essere vissuta. Sento
parlare di referendum, di lasciare il passo alla libera ricerca
scientifica: sono altri campi, ma vicini a quello del medico
olandese. Mi è capitato di parlarne con qualcuno e mi sono
accorto che è un tema vivo e che è una posizione che si è fatta
strada.
Tra
i casi in cui il medico ha praticato l’eutanasia c’è quello
di un bambino nato con la spina bifida (mielomelingocele).
Eutanasia per "senso professionale" e per
"amore", secondo il racconto. Chiedeva il medico,
infatti, quasi con orrore su un quotidiano: "Ma voi avete mai
visto un bambino nato con la spina bifida?".
Vorrei
cambiare la domanda: avete mai visto crescere un bambino con la
spina bifida e diventare un ragazzo, un giovane, un adulto?
L’avrà mai visto lui? Insieme a un’altra: quando una vita è
tale che vale la pena di essere vissuta? Mi sembra infatti che
tanti parlano come se la risposta fosse ovvia, ma proprio ovvia
non è.
Evidentemente
io debbo essere un sopravvissuto. Non dovrei esserci. Sono nato
con la spina bifida. Eppure ho una vita ricca, intensa, anche
molti amici.
Ho
superato la maturità e ho preso il mio diploma. Da giugno scorso
lavoro in una banca di interesse nazionale.
La
mia vita, anzi, è quello che si direbbe "una vita piena di
interessi". Il mio lavoro è buono, la mia famiglia è quella
che augurerei a molti altri. Alcuni problemi in più nella vita mi
hanno creato una sensibilità aperta alle difficoltà anche degli
altri e forse è per questo che da anni vado a trovare degli
anziani: l’amicizia aiuta a vivere anche loro.
Leggo,
parlo, scrivo, so usare il computer come tutti i ragazzi della mia
età.
Quando
sono nato pochi scommettevano su di me. Per fortuna c’è stato
chi mi ha voluto bene, davvero, e non si è spaventato. Pian piano
ho potuto stare eretto, anche camminare e camminare bene. Mi muovo
da solo in una città come Roma. Ho fatto più fatica di altri, ne
sono più orgoglioso di altri. Non valuto la mia intelligenza (né
quella del medico olandese) ma di certo posso parlare, esprimere
quello che penso, anche se quel medico teorizza che quelli come me
non possono mai comunicare e per questo sarebbe meglio che
sparissero.
La
mia vita non è né triste né inutile. Certo, ho subito diversi
interventi chirurgici che mi hanno aiutato a superare problemi di
vario tipo e mi hanno permesso di vivere il più possibile una
vita - come si dice - normale. Non è stato sempre facile, qualche
volta ho anche sofferto, ma nei letti vicino al mio c’erano
sempre tanti altri ragazzi con la stessa voglia di guarire, di
comunicare, di farsi amici e soprattutto di vivere.
C’è
invece, ormai, una incapacità a concepire la vita quando ci sono
delle difficoltà da superare. Il medico olandese e quelli che la
pensano come lui dovrebbero interrogarsi sulla loro paura della
vita. Paura di una vita che contiene anche fatica, conquista,
lotta, sconfitte, vittorie, e che non è semplicemente una piatta
crescita biologica, magari ubriaca delle ultime, mai
soddisfacenti, mode. Una cartolina di tutti belli e tutti vincenti
che si liquefà alle prime difficoltà della vita, dove tutti
sorridono a 36 denti e fanno fitness e beach volley.
Penso
che ci dovremmo tutti chiedere un po’ di più cosa è davvero
umano e cosa non lo è, invece di essere stupiti del fatto che
nella nostra società aumenta il numero delle persone depresse,
che migliaia fanno la fila per diventare veline, che milioni
sognano di indovinare "il prezzo è giusto" e che non si
sa a che cosa tengono davvero i giovani.
Il
problema è che non sempre si fa tutto quello che si potrebbe fare
per aiutare chi ha un problema, una malattia, a vivere meglio. È
su questo che il medico olandese e chi pensa che l’eutanasia è
un modo di dare dignità alla vita dovrebbe spendere più energie
e conoscenze.
L’eutanasia
sui bambini mi sembra davvero orribile, perché non sanno
difendersi. Si uccidono - perché di questo si tratta - quelli che
hanno dei difetti senza neanche aspettare che crescano per vedere
cosa succede, senza invece dare quello che è necessario: più
aiuto a chi è solamente più debole. La proposta è questa: se
proprio dobbiamo eliminare qualcosa, allora, invece di abolire la
fragilità è meglio cominciare dalla paura della fragilità che
ci fa tutti più disumani (e più indifesi). Giovanni |
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